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LA ZAMPATA DEL CONIGLIO PDF Stampa E-mail
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Lunedì 11 Febbraio 2019 10:33

Eppure era cominciata bene. L'inserimento di Umberto Amato nel gruppo di discussione del ROF su richiesta esplicita del Presidente significava chiaramente l'apertura alla Rete e al recepimento della Carta Europea dei Ricercatori. Alcuni segnali confermavano l'ipotesi, come la coraggiosa presa di posizione del Presidente, in controtendenza con i Direttori, su due questioni emerse (compenso dei Direttori e numero massimo di mandati; link).

Peraltro nel gruppo non si è mai chiesta la luna. Non si rivendicava, per esempio, l'elezione diretta dei Direttori da parte dei ricercatori, né la cogestione dell'Istituto con il Consiglio d'Istituto, com'era pure legittimo auspicare.

Tuttavia c'era una condizione zero, senza la quale tutte le piccole concessioni conquistate sarebbero diventate il (meno che) minimo sindacale: una consulta del personale con annessa piattaforma tecnologica: uno strumento ufficiale di discussione del personale che nella forma iniziale avrebbe racchiuso in un unico sito strumenti informatici già esistenti, gestito non da un gruppo di "facinorosi" ma dai rappresentanti eletti dal personale nei vari organi.

E' a quel punto che il coniglio che si nasconde dentro molti tira fuori la sua zampata micidiale e cancella in un botto l'unica idea innovativa emersa nelle discussioni, che aveva suscitato curiosità ed interesse presso i Direttori, che alla fine sembravano aver ingoiato la proposta.

Non possiamo sapere chi e/o cosa abbiano ispirato la decisione. Non facciamo fatica a credere che la motivazione vada cercata nel timore della perdita di potere, di essere scavalcati  da una rete che gli ultimi eventi dimostrano essere sempre più viva. E proprio per questo andava zittita e ostacolata. Credete che si fermi?

Ultimo aggiornamento Lunedì 11 Febbraio 2019 10:41
 
Le incompatibilità del dipendente degli enti di ricerca alla luce della legge e del contratto PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 05 Dicembre 2018 11:34

Le incompatibilità del dipendente degli enti di ricerca alla luce della legge e del contratto

Come noto, l’art 58 del CCNL Ricerca 1998-2001 prevede che “ricercatori e tecnologi possono impiegare fino a 160 ore annue aggiuntive rispetto all’orario di lavoro in attività destinate ad arricchimento professionale quali ricerca libera utilizzando le strutture dell’Ente, attività di 
docenza, organizzazione di seminari e convegni, collaborazioni professionali, perizie giudiziarie per le quali l’autorizzazione da parte dell’Ente, ove richiesta, è sostituita dalla preventiva comunicazione all’Ente medesimo da parte dell’interessato.”

La recente procedura informatizzata sul portale SIPER dell’Ente per gli incarichi extraistituzionali unifica le richieste di incarico sottoposte ad autorizzazione e comunicazione. Tale unificazione in un unico flusso informativo ha di fatto sterilizzato la previsione contrattuale sottoponendo anche le semplici comunicazioni – che per definizione sono un atto unilaterale – ad una procedura autorizzativa.

I dipendenti che hanno utilizzato la procedura anche nel caso di semplice comunicazione ottengono un messaggio secondo cui la comunicazione è in attesa di essere valutata e non di rado essi ricevono un messaggio del tipo:

“E' stata riaperta la comunicazione/richiesta di autorizzazione Incarico N°: XX  >  > Motivazione: YY”

Di per sé questa procedura appare assai dubbia e probabilmente illegittima.

Ma certamente illegittima appare questa procedura nel caso più frequente di comunicazione dei ricercatori tecnologi, vale a dire quella di incarico per docenza universitaria o quelle per incarichi senza retribuzione.

Difatti la normativa vigente esclude espressamente in alcuni casi – come quello della richiesta di docenza- la necessità di un’autorizzazione dell’Ente, che il contratto collettivo degli Enti di Ricerca ha sostituito con una semplice comunicazione, come innanzi ricordato.

Abbiamo pertanto richiesto al nostro ufficio legale un parere sulla legittimità del comportamento dell’Ente nel richiedere in tali casi l’utilizzo della procedura SIPER unificata per autorizzazioni e comunicazioni di cui all’art. 58 del CCNL 1998-2001.

Di seguito, il parere ricevuto.

L’originaria disciplina delle incompatibilità del dipendente pubblico con altri incarichi pubblici o privati deriva da un’impostazione originaria derivante dallo status di pubblico dipendente che si poneva al servizio dello Stato con un rapporto di esclusività. Da tale originaria impostazione derivava, con pochissime eccezioni, la possibilità per lo stesso di esercitare il commercio, l’industria o una qualsiasi posizione fino al divieto di rivestire cariche in società con fini di lucro.

A seguito della privatizzazione del pubblico impiego di cui al d.lgs 29/92 e soprattutto 165/01, tale originaria impostazione viene ad essere radicalmente modificata, ancorché non del tutto eliminata.

Attualmente, la disciplina delle incompatibilità da parte del dipendente pubblico con la disciplina legale e contrattuale viene disciplinata in primo luogo dall’art.53 del d.lgs 165/01.

Questa norma, in ossequio al principio generale dell’esclusività del servizio pubblico con altre attività private esclude da una parte che le amministrazioni possano conferire incarichi a propri dipendenti o a soggetti che siano dipendenti di altre amministrazioni in posizioni apicali e non.

Il comma 6 del medesimo articolo prevede poi un generale divieto di conferire incarichi da parte delle amministrazioni, con esclusione delle ipotesi in cui ciò sia possibile, sebbene esclusivamente in caso il dipendente abbia ricevuto la previa autorizzazione dell’ente di appartenenza.

Da tale regime di divieto o comunque autorizzativo sono escluse, per ragioni soggettive, determinate categorie, come ad esempio i docenti universitari a tempo definito che, eccezionalmente, possono svolgere attività libero professionale (avvocati, ingegneri, commercialisti etc).

Sono inoltre esclusi per ragioni oggettive una serie di incarichi, anche a titolo oneroso, indicati analiticamente dal medesimo articolo e precisamente:

a) dalla collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili;

b) dalla utilizzazione economica da parte dell'autore o inventore di opere dell'ingegno e di invenzioni industriali;

c)  dalla partecipazione a convegni e seminari;

d)  da incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate;

e)  da incarichi per lo svolgimento dei quali il dipendente è posto in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo;

f)  da incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti presso le stesse distaccati o in aspettativa non retribuita;

f-bis)  da attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione nonché di docenza e di ricerca scientifica.

L’attuale assetto è peraltro frutto di una precisa indicazione del d. lgs. 150/09, più noto come riforma Brunetta, che ne ha ridisegnato i contorni in un’ottica di maggiore precisione al fine di evitare confusione.

Se dunque i dipendenti pubblici non possono svolgere normalmente incarichi retribuiti se non a determinate condizioni e previa autorizzazione, restano escluse da un lato determinate categorie soggettivamente identificate nonché determinate attività per ragioni diverse.

Il legislatore ha evidentemente inteso che non soltanto alcuni soggetti potessero, senza ledere il rapporto fiduciario con l’amministrazione di appartenenza, ma che anche talune attività fossero particolarmente meritevole di un’attenzione particolare, come le aspettative sindacali, ma anche le attività formative e gli incarichi di docenza e ricerca scientifica.

Anche in tali casi, ovviamente, il dipendente sottrae del tempo alla propria amministrazione ma si ritiene evidentemente che l’attività formativa ricevuta o impartita sia meritevole di una particolare favor legislativo.

Non potrebbe quindi la contrattazione collettiva escludere tale prerogativa, o sottoporla a ulteriori limiti (come ad esempio la preventiva autorizzazione) e tanto meno potrebbe farlo l’ente di appartenenza.

Alla luce di tali considerazioni, occorre valutare la liceità di un comportamento dell’ente che imponga al dipendente che rientri nei casi innanzi visti (docenza, formazione, aspettative sindacali etc) non una mera comunicazione, non soggetta ad alcuna procedura di autorizzazione, ma una vera e propria autorizzazione.

A nulla rileva, ovviamente, la forma con la quale tali attività, ad esempio lo svolgimento di docenze universitarie, sia resa ovvero formalizzata dall’università (Contratto autonomo privato, di collaborazione continuativa, etc). Analogamente a come non sarebbe ammissibile un controllo su come sia resa la collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie ovvero la partecipazione a convegni e seminari, o ancora la modalità di conferimento dell’incarico da parte dell’organizzazioni sindacali.

In tutte queste ipotesi, l’amministrazione non potrà negare il diritto del dipendente ad accettare, in qualunque forma, l’incarico offertogli quando rientrante nelle casistiche innanzi evidenziate.

In risposta dunque al quesito prospettato, si ritiene che il ricercatore tecnologo il quale riceve un incarico retribuito di un’attività di docenza, di ricerca scientifica o un’attività per la quale è previsto il solo rimborso spese o comunque rientrante in una delle casistiche innanzi vista, non debba affatto utilizzare la procedura SIPER e certamente, qualora desideri farlo, non ha necessità di attendere alcuna risposta dal sistema, limitandosi lo stesso ad inviare una mera comunicazione.

In via alternativa, qualora lo desideri, potrà comunicare, anche mediante semplice email o PEC, in uno spirito di leale cooperazione, l’incarico ricevuto precisando che, ai sensi dell’art 53 della legge 165/2001, lo stesso non è soggetto ad autorizzazione.

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Dicembre 2018 20:05
 
Esclusione dalle procedure di stabilizzazione negli EPR PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 05 Dicembre 2018 11:22

Sono molti i precari che si sono visti escludere dalle procedure di selezione per le stabilizzazioni.

 

A seguito dell’importante sentenza 10158/18 del TAR Lazio (https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=A6SYYRSYLEREIXWEEVGHMEWL4A&q=) , abbiamo chiesto all’avvocato patrocinatore del giudizio alcuni chiarimenti sugli effetti e sulla portata della sentenza.

Se avete ulteriori domande da porre potete farlo inviando una mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Avvocato Viespoli, una sentenza veramente importante quella sulle stabilizzazioni presso gli enti di ricerca che stabilisce un principio fondamentale: indipendentemente dalla terminologia utilizzata dall’ente, sono le modalità effettive di svolgimento della prestazione a far rientrare il contratto tra quelli che la legge Madia considera ai fini del requisito del triennio di anzianità necessario. Ritiene che la sentenza possa ricomprendere anche altri soggetti in posizioni simili ancorché non esattamente sovrapponibili a quella del suo assistito?

Si, è vero. La sentenza n. 10158/18 del Tar Lazio è molto importante perché elimina ogni dubbio in merito alla possibilità di considerare, ai fini della maturazione del requisito dei tre anni di anzianità previsto per accedere alle procedure di stabilizzazione, anche i periodi di lavoro maturati con contratti di lavoro flessibile diversi dal contratto a tempo determinato.

Il caso sottoposto alla attenzione del Giudice amministrativo riguardava un ricercatore con anzianità maturata sommando a periodi di contratto a tempo determinato, periodi di lavoro con assegni di ricerca, prevalentemente universitari.

A fondamento della decisone del Tar c'è l'articolo 20, del D.lgs. 75/2017, ma soprattutto la circolare del ministero della Semplificazione e la Pubblica amministrazione del 23 novembre 2017 numero 3/17. Infatti, la circolare riconosce espressamente la possibilità di considerare “utili” ai fini della anzianità maturata anche periodi di lavoro prestati con “diverse tipologie di contratto flessibile”, purchè riguardino “attività svolte o riconducibili alla medesima area o categoria professionale”. Inoltre, la stessa, nel paragrafo dedicato agli enti di ricerca, specifica che «l'ampio riferimento alle varie tipologie di contratti di lavoro flessibile (…), può ricomprendere i contratti di collaborazione coordinata e continuativa e anche i contratti degli assegnisti di ricerca».

La soluzione normativa, a dire del Collegio, non può che ritenersi corretta, considerata la sostanziale assimilabilità delle prestazioni rese da un ricercatore sulla base di un contratto di lavoro a tempo determinato e quelle rese sulla base di un contratto di assegno di ricerca, il quale “in realtà configura comunque una prestazione d’opera contrassegnata da elementi di subordinazione”.

Le argomentazioni del Tar possono sicuramente estendersi anche ad altre tipologie di contratto di lavoro flessibile, individuabili alla luce non solo di quanto specificato dalla circolare n. 3/18 citata ma, soprattutto, dalle concrete modalità di svolgimento del rapporto contrattuale.

Il CNR ha ammesso con riserva coloro che avevano periodi di assegni di ricerca con Università italiane. Crede che sia possibile considerare le Università non istituzioni di ricerca?

Assolutamente non è possibile! Ad escludere tale eventualità basterebbe già solo considerare la costante e fondamentale attività di ricerca svolta in ambito universitario.

In ogni caso, più disposizioni normative considerano le Università come Istituzioni di ricerca. Tra tante, la 30 dicembre 2010, n. 240 che detta le "Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonche' delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario" , ed il d.m. 18 aprile 2008 che istituisce l'elenco degli Istituti pubblici e privati di ricerca autorizzati, in Italia, ad attivare la “convenzione di accoglienza” per ammettere ricercatori di paesi terzi ai fini della realizzazione di progetti di ricerca scientifica, in attuazione di quanto disposto dalla Direttiva 2005/71/Ce.

In questi giorni, molti ricercatori degli enti, in particolare del CNR, stanno ricevendo lettere che dispongono l’esclusione dalla partecipazione alle procedure di cui al secondo comma in ragione di periodi di ricerca coperti in vario modo dall’ente (borse, assegni e varie tipologie contrattuali). Quali ritiene siano i presupposti concreti per la realizzazione del requisito richiesto dalla legge?

Come specificato in precedenza, credo che per poter considerare utili ai fini della maturazione del requisito di anzianità i periodi di lavoro prestati con contratti flessibili diversi dal ctd, è necessario guardare alle concrete modalità di svolgimento del rapporto: è necessario che il rapporto si sia svolto con modalità assimilabili a quelle di un tipico rapporto a tempo determinato.

E’ necessario pertanto valutare se il rapporto sia stato caratterizzato dalla continuità ed esclusività delle prestazioni, dall’impiego di mezzi ed attrezzature nella disponibilità del datore di lavoro, dalla natura fissa della retribuzione, oltre che dall’inserimento del lavoratore nell’organizzazione del datore di lavoro e dal suo assoggettamento al potere direttivo di questi.

Insomma, come chiaramente spiegato dal Tar, è necessario valutare se, al di là della forma contrattuale prescelta, il rapporto si sia atteggiato come un rapporto di lavoro sostanzialmente subordinato.

La sua sentenza ha fatto molto discutere in seno al CNR. Cosa consiglierebbe di fare a coloro che ritengono di essere illegittimamente stati esclusi dall’Ente?

Naturalmente consiglierei a tutti di proporre immediatamente ricorso giudiziale avverso l’esclusione, al fine di far valere i propri diritti.

La sentenza del TAR Lazio, infatti, evidenzia le criticità di un sistema perpetrato per anni in cui i ricercatori sono vessati in un meccanismo di mancati riconoscimenti che passa, oltre che per difficoltà economiche, anche per forme contrattuali fittiziamente formative ma, di fatto, di lavoro subordinato. Basti pensare, ad esempio, alle varie borse di studio, che comunque vengono spesso erogate in maniera reiterata e continuativa oppure ai contratti coperti con fondi esterni, nei quali la diversa natura della copertura finanziaria finisce con il costituire un pretestuoso discrimine per un rapporto di lavoro sostanzialmente identico.

Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Dicembre 2018 20:05
 

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