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Il cartellino per i ricercatori e tecnologi è illegittimo! PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 25 Giugno 2018 15:21

Al Presidente del CNR
Prof. Massimo Inguscio
al Direttore Generale
Dott. Gianbattista Brignone
Piazzale Aldo Moro, 7
00185 - Roma
E p.c. Ai Direttori di Dipartimento e di Istituto
ai Ricercatori e Tecnologi del CNR



Napoli, 25 giugno 2018
Oggetto: diffida utilizzo sistema ePAS.


Spett.le Presidente, Direttore Generale e Direttori di Dipartimento e di Istituto,
riceviamo ormai quotidianamente segnalazioni dai nostri iscritti di malfunzionamenti, problemi, disfunzioni varie tutte legate al meccanismo di rilevazione orario del nuovo sistema Epas; alcune di queste potete trovarle nell’articolo “L’unità di misura del lavoro del ricercatore/tecnologo” sul nostro sito (per comodità: http://www.articolo33.it/index.php/campagne/44-articolo15/239-2018-05-31-12-27-21).
Occorre evidenziare che, al di là dei problemi di funzionamento del sistema introdotto dall’amministrazione centrale, il meccanismo è assolutamente illegittimo.
Giova ricordare che la normativa contrattuale prevede, anche nel nuovo contratto che lascia sostanzialmente inalterata la parte relativa al tempo di lavoro del personale inquadrato come ricercatore e tecnologo, che il lavoro del ricercatore non sia misurato in giornate lavorative (come per altri livelli), bensì in ore lavorative. L’unica differenza, rispetto al precedente, del nuovo contratto è che questo sancisce che ciascun ricercatore o tecnologo debba svolgere le proprie 36 ore medie settimanali su base quadrimestrale e non più trimestrale, adeguando così la normativa contrattuale a quella degli altri lavoratori per la cui generalità il cui monte orario medio è calcolato su base quadrimestrale (art. 4 l.8/4/03 n. 66).
Ora, il combinato disposto delle nuove norme contrattuali (che, nel non modificare se non per il profilo visto il precedente art. 58, ne confermano esplicitamente la valenza) e di quelle legali richiamate, evidenziano una macroscopica e gravissima ingerenza ad opera nella Amministrazione che, incredibilmente, introduce senza mai chiamarlo con il suo vero nome il CARTELLINO ORARIO PER I RICERCATORI E TECNOLOGI!
Infatti, il sistema impone al dipendente di certificare la propria presenza in servizio giornalmente, cosa assolutamente non prevista dal sistema legale e contrattuale, per le ragioni più volte evidenziate da quest’associazione. Vengono così meno la possibilità del ricercatore e tecnologo di determinare autonomamente il proprio tempo di lavoro (art. 58 comma secondo), oltre alla possibilità di autocertificare mensilmente l’attività fuori sede (art. 58 terzo comma). E viene meno, ancora una volta, quanto previsto dal settimo comma del medesimo articolo che prevede la possibilità di introdurre in via sperimentale ulteriori modalità di gestione dell’orario di lavoro solo concordandolo con la controparte sindacale: cosa che assolutamente non è avvenuta!
Si tratta di un tentativo surrettizio di aggirare norme legali e contrattuali chiarissime che impongono all’Ente di lasciare al ricercatore e tecnologo la libertà del proprio tempo di ricerca, già esplicitamente dichiarato illegittimo dalla Magistratura in diverse occasioni, proprio con riferimento all’introduzione obbligatoria del cartellino orario in luogo della autocertificazione!
Su tale profilo la nostra associazione non intende restare inerte e pertanto invitiamo e diffidiamo l’Amministrazione a modificare l’impostazione del sistema rendendolo conforme a norme di legge e di contratto.
La soluzione, peraltro, è assai semplice in quanto basterebbe che il sistema fosse settato per consentire al dipendente di introdurre entro la fine del mese (come previsto dal terzo comma dell’art. 58) gli orari di presenza o, in mancanza, consentire ai dipendenti di utilizzare il meccanismo dell’autocertificazione alternativamente al sistema telematico.
Va ancora segnalato che, accanto a questa macroscopica violazione delle regole, il sistema mostra una serie di errori e disfunzioni evidentissime, segnalateci dai nostri iscritti e in genere dai ricercatori.
A titolo di esempio, ci viene segnalato che in talune sedi l’attività lavorativa viene imposta in determinati giorni e orari senza una specifica necessità della struttura. Ora, sebbene il secondo comma dell’art. 58 chiarisca come l’attività del ricercatore debba armonizzarsi con l’orario della struttura in cui si opera, per cui se questa chiude in determinati giorni e orari per ragioni di sicurezza l’attività non può (salvo autorizzazioni) continuare in sede, questa non può invece essere imposta laddove non vi sia tale necessità, ovvero imponendo una preventiva autorizzazione! Come si può prevedere, chiedendo l’autorizzazione preventiva, la durata esatta di un esperimento, solo per fare un esempio?
Maggiori problematiche sorgono poi circa le modalità di autocertificazione del lavoro svolto fuori sede. Infatti, il software richiede di descrivere il luogo e la motivazione del lavoro fuori sede, in contrasto con quanto descritto nel contratto, secondo cui il lavoro fuori sede non è soggetto ad alcuna forma di autorizzazione e controllo, se non quelli tipici dell’autocertificazione ovvero sulla veridicità di quanto dichiarato. Inoltre, il meccanismo impedisce di indicare giorni e orario diversi (sabato, domenica, orario dalle 20,00 alle 8,00) che, in caso di lavoro svolto fuori sede, non possono certamente essere limitate dall’esigenza della struttura, particolarmente in caso di missioni svolte anche in giornate festive.
Ora, in primo luogo appare chiaro che l’autocertificazione potrebbe essere fatta con il sistema introdotto solo e in quanto questo sia coerente con il disposto del contratto. In mancanza, il ricercatore tecnologo è certamente libero di certificare con qualunque modello conforme al contratto tali prestazioni, in contrasto con espresse indicazioni di alcuni Direttori di strutture.
Ancora, ePAS identifica erroneamente la giornata come unità di misura, laddove legge e contratto prevedono un monte ore settimanale mediato oggi sul quadrimestre, senza alcun obbligo di presenza giornaliera. Ma cosa accade se il ricercatore tecnologo raggiunge le 36 ore medie settimanali in meno dei 5 giorni “canonici”? Ebbene ePAS non ammette che un ricercatore possa svolgere un giorno “zero ore”, senza la necessità di indicare un codice di assenza! Al di là dei recuperi, pure possibili, cosa accade se il ricercatore, raggiunte le 36 ore, non vuole lavorare?
Numerosi ricercatori e tecnologi iscritti e non ci segnalano l’imposizione, da parte di singole strutture, di porre le giornate prive di prestazione come “ferie”, o altri permessi, cosa che non appare evidentemente legittime ma che, pur non dovute ad imposizione diretta dell’amministrazione centrale del CNR, appaiono generate da un sistema di rilevazione delle presenze errato.
Questi segnalati sono solo alcune delle ipotesi più frequenti, altre singole ipotesi sono legate a casistiche più specifiche.
Per tali ragioni, la nostra Associazione


INVITA E DIFFIDA


L’amministrazione del CNR a rendere conforme il sistema di rilevazione delle presenze ePAS alle norme di legge e di contratto richiamate, ovvero a non utilizzarlo nelle more di tale adeguamento, avvertendo che, in mancanza, tuteleremo nelle opportune sedi i diritti dei ricercatori e tecnologi dell’Ente.


Distinti saluti,


Articolo 33
Il Presidente

Ultimo aggiornamento Martedì 26 Giugno 2018 10:51
 
L’unità di misura del lavoro del ricercatore/tecnologo PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Giovedì 31 Maggio 2018 13:21

Nelle buste paga di questo mese, il personale CNR ha finalmente visto riconosciuti gli (ahinoi non ricchissimi) aumenti stipendiali previsti dalla parte economica della contrattazione che ha portato al rinnovo del CCNL (link).

Da un punto di vista normativo, il nuovo contratto ricalca in toto il precedente, salvo per alcuni piccoli punti. Tra questi, è interessante notare come sia rimasta sostanzialmente inalterata la parte relativa al tempo di lavoro del personale inquadrato come ricercatore e tecnologo. Nel nuovo CCNL, infatti, si conferma l’impostazione precedente, secondo la quale il lavoro del ricercatore non è misurato in giornate lavorative (come per altri livelli), bensì in ore. L’unica differenza, rispetto al precedente, del nuovo contratto è che questo sancisce che ciascun ricercatore o tecnologo debba svolgere 36 ore medie settimanali mediate su un quadrimestre, laddove nel precedente contratto la media era calcolata sul trimestre. Si tratta di una modifica che intende adeguare la normativa contrattuale a quella degli altri dipendenti pubblici e privati il cui monte orario medio è calcolato su base quadrimestrale e non trimestrale.

Appare chiara l’intenzione di chi ha redatto (ed approvato) il contratto: riconoscere in modo ancor più evidente l’autonomia e la flessibilità del lavoro del ricercatore/tecnologo, la cui azione non può essere ingabbiata in un computo giornaliero, dal momento che questo farebbe venire meno quella libertà che la Costituzione stessa riconosce come propria delle “scienze e delle arti”.

Naturalmente, tale libertà e autonomia deve armonizzarsi con il funzionamento delle strutture di afferenza. In presenza di una specifica necessità della struttura (ad esempio, il controllo di un esperimento o di una strumentazione), il ricercatore/tecnologo deve – a meno di opportune giustificazioni – garantire il proprio supporto.

Eppure, questo semplice concetto e la sua pratica implementazione ancora non trovano piena applicazione (azzarderemmo, piena comprensione) da parte dell’amministrazione dell’Ente. Sebbene siano circa vent’anni che l’orario di lavoro dei ricercatori è organizzato in questa maniera.

L’esempio di ciò è il nuovo sistema ePAS (http://epas.projects.iit.cnr.it/scelte-progettuali) per la rilevazione e gestione delle presenze del personale CNR, che dovrebbe portare all’apprezzabile risultato di garantire una gestione uniforme di questa tematica all’interno dell’Ente. Tale software viene “offerto” in fase sperimentale a quegli istituti che decidono di aderire.

Purtroppo però, ePAS non solo tradisce le attese, non riportando correttamente le prerogative contrattuali dell’orario di lavoro del ricercatore/tecnologo, ma è anche la rappresentazione plastica di una violazione del contratto e, come tale, non può essere accettabile.

In primo luogo, ePAS dà corpo all’erronea (a valor esser buoni) lettura che una parte dell’amministrazione centrale del CNR fa delle norme contrattuali, continuando ad identificare la giornata come unità di misura. Come ricordato poc’anzi, l contratto prevede un monte ore settimanale mediato sul quadrimestre, senza alcun obbligo di presenza giornaliera. Pertanto, il sistema dovrebbe limitarsi a registrare le ore che il ricercatore svolge ed eventualmente riportare le ore svolte nel periodo di riferimento (il quadrimestre), la media settimanale fino a quel momento ecc..

Tale obbligo, peraltro, non è esclusivo del nostro CCNL ma costituisce ormai il normale meccanismo di computo dell’orario dei lavoratori italiani e più in generale europei, visto che la normativa italiana recepisce una direttiva europea molto chiara sul punto.

Invece, ePAS non ammette che un ricercatore possa svolgere un giorno “zero ore”, senza la necessità di indicare un codice di assenza. Non occorre ricordare la formula della media per capire che ciò è in contrasto con le predisposizioni contrattuali. Ad esempio, è possibile che il ricercatore o il tecnologo, coinvolto su un esperimento per molte ore, completi le 36 ore (medie) tra il lunedì e il giovedì e che il venerdì di quella settimana non voglia lavorare più. Non si tratta di un recupero (non ha lavorato in eccesso, solo le trentasei ore che il contratto prevede), ma semplicemente che avendo completato il suo orario, il ricercatore non vuole o deve lavorare. Si tratta di un giusto corollario al fatto che, sempre per contratto, il ricercatore e il tecnologo organizzino autonomamente il proprio orario di lavoro, autocertificando alla fine del mese il proprio lavoro fuori sede. Oppure il nostro ricercatore potrebbe aver lavorato nelle settimane precedenti tanto da saturare la media oraria del quadrimestre tanto che, nell’ultima settimana di quest’ultimo, non potrebbe lavorare neanche un’ora senza superare la media delle 36 ore!

Insomma, siamo all’assurdo: il burocrate di ePAS vuole prevalere sulla legge e sul contratto!

Questo principio è messo bene in chiaro dal contratto, che, esplicitamente, afferma che il ricercatore non è soggetto ad alcuna forma di gerarchia nell’organizzazione della sua ricerca.

Anche sulle modalità di autocertificazione del lavoro svolto fuori sede, altro punto da sempre oggetto di fantasiose interpretazioni da parte dell’amministrazione, il software implementa una politica vessatoria per i ricercatori. Infatti, a seguito di una recente modifica, ePAS richiede di descrivere il luogo e la motivazione del lavoro fuori sede. Ciò contrasta con quanto descritto nel contratto, secondo cui il lavoro fuori sede non è soggetto ad alcuna forma di autorizzazione e controllo, se non quelli tipici dell’autocertificazione ovvero sulla veridicità di quanto dichiarato. Ma quanto dichiarato nell’autocertificazione è ben chiarito nel contratto e non può certo includere - come vorrebbe una parte dell’amministrazione centrale - la specificazione delle motivazioni, del progetto di ricerca ecc.., cose che presupporrebbero una verifica e un’autorizzazione delle attività di ricerca in contrasto con il contratto oltre che con la Costituzione. Oggi, forse, il CNR non giunge ad una preventiva autorizzazione dell’attività, ma la richiesta di indicare tali elementi non può che preoccupare in vista di un futuro e deprecabile controllo sull’attività del ricercatore fino a giungere alla richiesta di un’autorizzazione vera e propria, in contrasto non più soltanto con la legge e il contratto (e scusate se è poco), ma anche con una norma evidentemente considerata desueta quale l’art. 33 della nostra Costituzione.

Insomma, descrivere il luogo di lavoro come “pianeta Terra” e la motivazione con “ricerca scientifica” soddisfa pienamente le leggi che oggi regolano il lavoro dei ricercatori.

Per chiarire ulteriormente i termini della questione, è opportuno ricordare che ben due sentenze (l’ultima non appellata dal CNR che pertanto ha accettato i principi in essa contenuti) hanno stabilito che è perfettamente legittimo autocertificare - senza limitazioni di sorta - anche il lavoro in sede e che non possono essere imposte a ricercatori/tecnologi metodologie non previste dal contratto, come il rilevamento automatico della presenza. In quel caso, la cocciutaggine dell’amministrazione centrale è costata all’Ente ben 25.000 € di spese legali. A proposito, ci auguriamo che l’amministrazione abbia trasmesso la sentenza alla Corte dei conti per valutare l’eventuale danno erariale (oltre seicentomila euro di battaglie perse dal CNR in sede giudiziaria solo nell’ultimo anno su questioni che si potevano tranquillamente risolvere in sede extragiudiziaria, con minore costo e in minor tempo) causato da un evidente abuso delle funzioni dirigenziali.

E’ così?

Ultimo aggiornamento Giovedì 31 Maggio 2018 13:35
 
Una sentenza rimette in moto i meccanismi per la valorizzazione del personale CNR? PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 30 Maggio 2018 16:07

Una sentenza rimette in moto i meccanismi per la valorizzazione del personale CNR?
Lo scorso marzo la corte di cassazione – sezioni civili unite, ha emesso una sentenza che da anni aspettavamo: i concorsi interni in ruolo sono legittimi.
Questa notizia apre nuovi scenari, sia per quei concorsi banditi che languono nel limbo dal gennaio 2017 (per alcuni non è stato prodotto assolutamente nulla, neanche il decreto di nomina della commissione), sia per quelli che per contratto devono essere banditi annualmente dagli enti di ricerca che sono soggetti al Comparto Istruzione e Ricerca.
La sentenza afferma in sostanza due fatti molto importanti. Il primo, che per come è strutturato il nostro contratto, la differenza tra livelli è tale che tali progressioni comportano il conferimento di qualifiche più elevate, ma pur sempre nella stessa area. Ciò dipende dall’introduzione nel CCNL dell’art. 15, che da 2007 ha introdotto l’unicità dell’organico dei ricercatori e tecnologi. Pertanto la differenza tra livelli è quantitativa più che qualitativa, poiché essi appartengono tutti alla stessa area ed è ammesso che si possano fare concorsi riservati per il passaggio di livello.
Il secondo fatto riguarda la giurisdizione delle contese che si possono verificare a seguito di una simile procedura. Non è la giustizia amministrativa (il TAR) ad occuparsi di tali questioni, ma il giudice del lavoro, rendendo la procedura per il lavoratore molto più semplice (ed economica).
Tale sentenza apre nuove prospettive e di fatto ci induce a riaprire la nostra battaglia affinché vengano finalmente sanate tutte quelle situazioni in cui i ricercatori e i ricercatori dell’ente, pur avendo lavorato con dedizione e successo non hanno visti riconosciuti i propri diritti.
Con riguardo al primo aspetto, l’unicità di ruolo riduce sostanzialmente ad un mero passaggio economico – stipendiale la differenza tra i ruoli di ricercatore, primo ricercatore e dirigente di ricerca e quella tra i ruoli dei tecnologi. In sostanza, è un passaggio di stipendio nell’ambito della stessa fascia, una sorta di scatto di anzianità sottoposto però a valutazione delle commissioni. L’analisi delle conseguenze sarebbe ancora lunga, investendo progetti di ricerca, ruoli interni all’ente, e numerosissimi aspetti che ancora devono essere probabilmente chiariti e posti in luce. Ma certamente il Giudice del lavoro avrà nei prossimi anni molto lavoro dagli enti di ricerca italiani.
Con riguardo al secondo, quello della giurisdizione del giudice del lavoro, le conseguenze sono rilevantissime e vanno dal costo ridotto per le controversie di lavoro al termine per impugnare il concorso (la graduatoria) che passa da 60 giorni a 5 anni.
Ma l’aspetto più rilevante per le migliaia di ricercatori tecnologi da decenni in attesa di una progressione i carriera è che la sentenza ha valore retroattivo, ex tunc direbbero i colleghi giuristi, perché l’articolo 15 del’ CCNL del 2005-6 è in vigore e gli Enti di Ricerca dovevano applicarlo anche dopo il 2010, quando invece si sono interrotti i concorsi di progressione interna (salvo l’anomala durata di quelli a decorrenza 2010 di cui uno, da primo ricercatore per il dipartimento di Scienze Umane, è ancora in corso). Senza necessariamente applicare una retroattività dei concorsi occorre quindi recuperare gli 8 anni di concorsi di progressione non effettuati. Il congruo numero di posti da mettere a disposizione nei concorsi che ora gli Enti dovranno predisporre dovranno considerare tutti gli anni in cui il contratto non è stato applicato.
Con la stabilizzazione del precariato, di cui è in corso in questi giorni la definizione, si potrà finalmente sanare l’anomalia di un Ente in cui il 4,2% è dirigente di Ricerca, appena 17,8 % è primo ricercatore laddove la distribuzione fra i 3 livelli immaginata dal DPR 171 del 1991 che ha istituito i 3 livelli, parla di una distribuzione del tipo 20 % (I livello), 40 % (II livello), 40 % (III livello), che al momento attuale è invece schiacciata sul III livello e che continuerà ad esserlo sempre più con l’immissione in ruolo dei precari che maggioritariamente saranno inseriti al III livello, nel caso dei ricercatori e tecnologi.
Finalmente un po’ di luce per l’Ente?

Ultimo aggiornamento Giovedì 31 Maggio 2018 09:30
 
Una débâcle dell'amministrazione anzi, qualcosa di più. PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Domenica 21 Gennaio 2018 23:27

 

Difficile capire una risposta se non si conosce la domanda.

Ed infatti avevamo anticipato che non era possibile analizzare compiutamente il parere dell’ARAN in materia di orario di lavoro fin quando non avessimo letto il quesito posto dall’amministrazione del CNR.

Grazie alle leggi sulla trasparenza che le pubbliche amministrazioni devono osservare, abbiamo potuto visionare il documento contenente i quesiti, stranamente non allegati al parere dell’ARAN a supporto della circolare.

Siamo sbiancati: a volte la realtà supera davvero l’immaginazione.

L’ARAN ha dato torto all’amministrazione sostanzialmente rispetto a tutti i quesiti posti.

Il confronto del documento contenente i quesiti posti all’ARAN, della risposta e della circolare dell’Ente assume contorni grotteschi sui quali si potrebbe sorridere se non manifestassero l’inadeguatezza dell’Amministrazione Centrale dell’Ente a rispondere alle vere esigenze di Ricercatori e Tecnologi che operano nella rete.

La circolare “Chiarimenti applicazione art. 58 del CCNL 21/2/2002. Nota ARAN Prot. n.0007538/2017 del 11/10/2017”, giunta a mo’ di regalo di fine anno al personale dell’Ente aveva infatti paventato, “forte” del parere dell’ARAN, una interpretazione molto restrittiva delle modalità di gestione dell’orario di Lavoro di Ricercatori e Tecnologi: autorizzazioni preventive, autocertificazioni limitate, richieste di missioni per semplici attività fuori sede, insomma, il “sogno del burocrate” che non riesce a capire come si svolge la ricerca….

Già nella nostra prima analisi della circolare avevamo facilmente smontato il senso della stessa, facendo osservare come il parere dell’ARAN, per quanto fosse in contrasto con la giurisprudenza, non desse affatto ragione al CNR e come, in sostanza, le conclusioni della circolare fossero sconclusionate e prive di una qualsiasi base contrattuale e giuridica.

Confrontando la domanda e la risposta è apparso evidente come l’ARAN, non potendo in alcun modo dare ragione al richiedente, gli abbia usato la cortesia di non dargli palesemente torto, limitandosi a forme dubitative che lasciano in verità poco spazio al dubbio se confrontate con il quesito posto.

Vale la pena di ricordare che, in ogni caso, il parere dell’ARAN è di parte, visto che l'ARAN difende gli interessi datoriali nelle trattative della Pubblica Amministrazione, è come per un lavoratore chiedere un parere ad un sindacato...

Ad ogni modo, il parere dell'ARAN, per differenza rispetto al quesito, è esplicito:

  • NON occorre alcuna autorizzazione, né comunicazione preventiva dell’attività fuori sede;
  • NON è legittimo porre alcune restrizione geografica al luogo in cui si svolge l’attività fuori sede (che l’amministrazione voleva incomprensibilmente restringere al comune in cui è la sede di lavoro).

L’ARAN esprime poi perplessità sulla possibilità di effettuare l’attività fuori sede. Questa perplessità si trasforma nelle linee guida della circolare, diventando un divieto tout court, basato peraltro su argomentazioni molto deboli.

Ma c’è dell’altro. Il tono con cui il vertice amministrativo diretto dall’allora DG Di Bitetto (sic transit…) si rivolge all’ARAN nella richiesta di parere getta infatti una chiara luce sul modo in cui quadri apicali dell’Ente percepiscano i ricercatori e i tecnologi, che del CNR costituiscono il nerbo. Il quesito all'ARAN è infatti posto in "risposta" ad un comunicato dell'ANPRI del 13 febbraio 2017 che, anche utilizzando il parere legale presente sul nostro sito, interpretava correttamente il contratto in materia di attività fuori sede di ricercatori e tecnologi.

I vertici del CNR insistono nel non voler riconoscere l’autonomia dei ricercatori, anzi la contestano esplicitamente, derubricando un diritto sancito dalla costituzione a “idea di fondo”.

Purtroppo per loro però, al di là della sacralità del principio costituzionale, è proprio l’Agenzia cui richiedono il parere a confermare ciò che loro aborrono, e cioè che il ricercatore possa “decidere di assentarsi o di prestare la propria attività in un luogo diverso dalla sede di servizio, senza alcun preavviso e dichiarando ex post, mediante una semplice autocertificazione, le ore eventualmente lavorate nei diversi luoghi”.

Cogliamo dunque l’occasione per ribadire, anche supportati da quanto dice l’ARAN, ciò che per noi è da tempo ben chiaro, ovvero che:

  • l’orario dei ricercatori non si correla ad una presenza giornaliera;
  • l’autocertificazione non è né preventiva né soggetta ad autorizzazione;
  • l’attività fuori sede non può essere soggetta a limitazioni se non per ineludibili motivi organizzativi;
  • l’attività fuori sede, anche fuori dal comune dove si trova la sede di lavoro, non si configura come missione.

Insomma, una débâcle, anzi no, qualcosa di più….



 

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Gennaio 2018 17:40
 
Gli auguri del burocrate PDF Stampa E-mail
Scritto da r.m.   
Giovedì 04 Gennaio 2018 11:59

Anche quest'anno i ricercatori e tecnologi del CNR hanno ricevuto gli auguri di Natale, questa volta tramite la circolare “Chiarimenti applicazione art. 58 del CCNL 21/2/2002. Nota ARAN Prot. n.0007538/2017 del 11/10/2017”, a cui è allegato un parere dell’ARAN   (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni), a risposta ad alcune domande formulate dal CNR. Non è possibile intendere con esattezza il contenuto della risposta dell'ARAN poiché non è fornito, come sarebbe corretto, il testo del quesito formulato. Non è chiarito l'esatto contenuto dei quesiti e se vi fossero altre domande poste dall'amministrazione.

E’ però lecito supporre che essa fosse basata su quanto messo nero su bianco, nel lontano 2013, dal dott. Alessandro Preti, all’epoca a capo della Direzione Centrale Supporto alla Gestione delle Risorse.

Su questa base, nonostante i manchi il quesito, possono trarsi alcune conclusioni, non tutte negative, dalla risposta dell'ARAN, anche se appare opportuno chiarire che i pareri dell'ARAN costituiscono una mera interpretazione "di parte" del testo contrattuale senza che l'Agenzia, che costituisce la controparte del Sindacato nelle trattative contrattuali, abbia legalmente il potere di chiarire il testo del contratto. Tale potere, qualora si volesse esercitare (anche da parte del CNR), è espressamente demandato alla Suprema Corte di Cassazione (vedi l'allegato art. 64 d.lgs 15/01 in tema di accertamento pregiudiziale sull'efficacia, validità e interpretazione dei contratti collettivi per il settore pubblico).

 

La circolare si sofferma su quattro punti: Autonomia e flessibilità dell'orario di lavoro, Attività fuori sede, Svolgimento attività lavorativa presso la propria abitazione, Servizio fuori sede e missione.

Esaminiamoli singolarmente.

 

Autonomia e flessibilità dell'orario di lavoro

Si afferma che “i ricercatori e tecnologi [..]sono comunque inquadrati in un rapporto di lavoro di tipo subordinato e, quindi, sono assoggettati ai poteri del datore di lavoro, secondo i principi definiti dagli artt. 2086, 2094 e 2104 del codice civile e richiamati dal d.lgs. n. 165 del 2001”. A guardar bene, gli articoli del codice citati si intitolano:

Art. 2086 Direzione e gerarchia nell’impresa

Art. 2094 Prestatore di lavoro subordinato

Art. 2104 Diligenza del prestatore di lavoro

 

Le peculiarità del rapporto di lavoro dei ricercatori e tecnologi, analogamente a quanto accade per altre categorie quali gli insegnanti, i professori universitari o i magistrati, sono tali da rendere quasi impossibile applicare sic et simpliciter tali norme che si attagliano alle categorie per le quali sono state create. Si tratta di un'autonomia scientifica e di ricerca, garantite dal noto articolo 33 della Costituzione, che trova difficilmente applicazione nei rapporti di lavoro subordinato ordinari. Più concreti sono stati i giudici della Corte di Appello di Bologna che il 29 luglio 2015, con parere avverso al CNR (che ha ritenuto non opportuno ricorrere in Cassazione), scrivono:

“In base al tenore letterale dell’articolo 58 C.C.N.L., deve ritenersi non solo che ricercatori e tecnologi abbiano la autonoma determinazione del proprio tempo di lavoro ma che sia, correlativamente, esclusa l’introduzione di forme di disciplina dell’orario di lavoro e di controllo sull’osservanza dello stesso, salve le eventuali determinazioni di una costituenda commissione paritetica. Non appare condivisibile l’assunto di parte appellante retto sull’equazione: assenza di un espresso divieto di introduzione di forme di controllo dell’orario, quindi legittima introduzione di esse.”

Il CNR è già stato condannato a pagare 25.000 euro di spese. Speriamo non perduri su questa linea che ha già dato prova di procurare solo un danno economico all’ente e morale per i suoi ricercatori.

Pertanto, pur essendo evidente che il ricercatore/tecnologo sia un lavoratore subordinato, come lo sono magistrati, professori e insegnanti, tale subordinazione appare sfumata e difficilmente paragonabile a quella di altre categorie di lavoratori, pure qualificati.

Di positivo, tuttavia, c'è che finalmente la triste imposizione del cartellino sembrerebbe definitivamente accantonata, essendo evidente dal parere ARAN che il ricercatore e il tecnologo possono CERTAMENTE autocertificare la propria attività.

Lapalissiano? Non per tutti, evidentemente...

D’altra parte lo stesso parere dell’ARAN ricorda che l’orario di lavoro di ricercatori e tecnologi non è articolato in giornate lavorative ma ha la peculiarità del computo medio su base trimestrale. L’ARAN implicitamente conferma, come era ovvio, che se è doveroso il controllo su giorni di ferie e di malattia non è invece legittimo richiedere una presenza in servizio giornaliera, poiché solo il computo delle ore è previsto dal contratto.

Non sarebbe forse il caso di chiarirlo nella circolare, visto che in molti istituti questo non è ancora sufficientemente chiaro ?

Attività fuori sede

Il direttore f.f. scrive: il dipendente sia tenuto a predisporre una specifica autocertificazione mensile, i cui contenuti potranno essere definiti dall'Ente, in base alle proprie necessità funzionali ed organizzative (in grassetto nel testo della circolare perché riportate testualmente dal parere). Qui ci sembra che il ricercatore e il tecnologo debbano provare la propria innocenza, più che sottostare agli obblighi del contratto, che nulla dice a riguardo, a parte che alla fine del mese si deve autocertificare quante ore si è lavorato fuori sede.

Cosa vuol dire il direttore generale f.f. quando scrive che essa “deve essere giustificata da specifiche motivazioni di carattere scientifico e collegata alla necessità di dover effettuare particolari compiti e funzioni che non possono essere attuati nella sede abituale di lavoro”. Poiché l’attività deve essere autocertificata, essa non è soggetta ad alcuna autorizzazione. Essa può essere, al limite, vera o falsa. Chi dunque può giudicare se le motivazioni sono sufficienti? L’unica prerogativa del datore è quella di verificare la veridicità dell’autocertificazione. E allora a cosa servono le motivazioni di cui sopra ?

D’altra parte quale esigenza organizzativa potrebbe giustificare la specifica del titolo del seminario cui abbiamo assistito, o il titolo del libro che abbiamo preso in prestito in biblioteca? Potrebbe il nome di un dipartimento o l’oggetto di una riunione produrre un impulso positivo sulla macchina organizzativa? È altresì chiaro che l’imposizione da parte dell’Ente di regole vessatorie nei confronti dei ricercatori e tecnologi sarebbero presto impugnate e rese inefficaci.

Alcune interessanti considerazioni scaturiscono poi dal confronto con il documento del dott. Preti dl 2013. Per esempio, nessuna traccia di comunicazioni preventive alla segreteria e al direttore della struttura di appartenenza. Chissà se anche questo punto del documento siglato dal dott. Preti faceva parte del quesito posto all’ARAN…

 

Svolgimento attività lavorativa presso la propria abitazione

Tutti abbiamo un parente o conoscente insegnante, giudice o professore universitario. La preparazione e la successiva correzione dei compiti in classe degli insegnanti avvengono a casa, come tutti sappiamo. I giudici lavorano a casa, recandosi in tribunale talvolta solo per le udienze. I professori preparano il materiale per le lezioni quando e dove meglio credono, e mai nessuno si è sognato di dir niente, ci mancherebbe! Quello che ci lascia basiti è: perché è vietato scrivere e correggere un lavoro scientifico a casa, oppure leggere la posta elettronica di prima mattina, o un articolo la sera tardi? Quale ricercatore o tecnologo non lo fa regolarmente? Di quale inosservanza delle regole della sicurezza si sta parlando? Forse di come manteniamo l’articolo o della posizione del capo mentre leggiamo la posta elettronica?

Di questo passo, dovremmo impedire ai nostri colleghi speleologi di scendere in grotta, ai biologi marini di immergersi, agli entomologi di andare nelle foreste. Tutti luoghi ben meno sicuri della poltrona in cui scriviamo i nostri articoli!

Evitiamo di commentare il riferimento al telelavoro e Smart working che, evidentemente, sono istituti giuridici ben diversi.

D’altra parte per un noto principio giuridico è permesso quanto non è espressamente vietato. Poiché né l’ARAN né il direttore generale f.f. sono in grado di citare una norma, contrattuale o di legge, che vieti la propria abitazione dai luoghi in cui può essere autocertificata l’attività fuori sede, ne discende che essa è permessa.

Servizio fuori sede e missione

Questo punto è davvero importante e merita un approfondimento da parte del direttore f.f. Crediamo che questo sia un problema centrale per il funzionamento dell’Ente e per la produttività dei ricercatori e tecnologi.

Lo spiegano bene i giudici del Consiglio di Stato, quando hanno espresso il proprio parere sullo schema di decreto legislativo in materia di semplificazione delle attività degli enti pubblici di ricerca adottato ai sensi dell’articolo 13 della legge 124/2015:

Sotto il profilo contenutistico, la libertà di ricerca scientifica si traduce, essenzialmente, nel tutelare chiunque vi si dedichi da condizionamenti che possano sorgere per finalità estranee alla ricerca stessa. Occorre dunque assicurare che lo scienziato sia messo nelle condizioni di procurarsi i mezzi per svolgere le proprie ricerche, che l’attività di ricerca si svolga a più largo raggio possibile e all’interno di istituzioni “libere”.

Cosa ne è della stravagante richiesta del documento 2013, a firma del dott. Preti, di restringere al solo comune della sede di lavoro la possibilità di effettuare l’attività fuori sede? Anche questa faceva parte del quesito posto all’ARAN e cassato perché privo di una qualsivoglia base contrattuale o normativa ?

 

 

Sa bene chi vive da ricercatore e tecnologo quali sono i veri problemi dell’ente. Lo sanno gli oltre 3100 tra ricercatori e tecnologi di III livello (pari al 73% di tutto il personale a tempo indeterminato nei livelli I-III) e 1770 precari mortificati dalla perdita di chance (senza parlare delle migliaia di assegnisti di ricerca...), a cui è preclusa la possibilità di carriera per la mancata applicazione degli articoli del contratto, perché s’impiega anni a nominare una commissione o si bandiscono concorsi surreali la cui fine potrebbe essere, quella  sì,  a tempo indeterminato. Tutti i giorni i ricercatori subiscono il mancato riconoscimento delle responsabilità che si assumono nella direzione di progetti di ricerca e di formazione di giovani ricercatori, il mancato adeguamento dell’indennità, di gran lunga la più bassa del comparto, il mancato controllo delle malversazioni messe in atto, il prosciugamento del FOE, a favore invece di stipendi a molti zeri per dirigenti e direttori.

Iniziamo un nuovo anno di lotta, consapevoli che il CNR potrà ambire a giocare il ruolo nevralgico che gli è stato assegnato solo se i suoi ricercatori e tecnologi saranno messi nelle condizioni di operare, non certo legati da lacci e lacciuoli imposti senza la minima conoscenza di cosa significhi fare ricerca scientifica e come incentivarla.

Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Gennaio 2018 19:28
 

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